Ghana, Tunisia ed Ecuador. Le tre mosche bianche nell’anno ‘horribilis’ delle Borse mondiali, le uniche in tutto il mondo che si avviano a chiudere il 2008 in rialzo, portano nomi esotici e si addentrano in mercati poco battuti nelle rotte degli investitori globalizzati.
Il Ghana Stock Exchange, forte di una galoppata del 60% in valuta locale (+22,2% in dollari), ottiene inaspettatamente lo scettro indiscusso di regina dei mercati azionari, davanti ad altri due outsider, le borse di Guayaquil (Ecuador, +5,9% sia in valuta locale che in dollari) e di Tunisi (+5%, il 10,6% in dollari). L’economia del Paese africano è in crescita e beneficia delle attese legate alla scoperta di nuovi giacimenti di petrolio al largo delle coste. Lo scorso anno il Pil ghanese, le cui esportazioni dipendono per il 41% dall’oro e per il 27% dal cacao, è cresciuto del 6,3%, dal 3,7% del 2000, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale.
Se il Ghana (che oggi ha eletto alla presidenza John Atta Mills) ride, chi piange amaramente è l’Islanda, affondata all’ultimo posto delle classifiche delle Borse mondiali sotto il peso del fallimento dei suoi istituti di credito. L’indice principale della Borsa di Reykjavik ha perso quasi il 95% del suo valore (il 97,2% in dollari). L’Islanda, che ha ricevuto 2,1 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale per evitare un dolorosissimo default, precede nella classifica delle cenerentole l’indice Sofix della Borsa di Sofia, sceso del 79,7%, (-80,2% in dollari) e quello ucraino Pfts, in flessione del 77,5% (-83,2% in dollari). Il piazzamento nella top ten dei peggiori listini del 2008 vede presenti altre Borse dell’Est (come quella di Bucarest, quella slovena e quella moscovita) a riprova del fatto che, ai confini della Vecchia Europa, la crisi economica globale fa più danni e paura che altrove.
Ma anche nell’Europa Occidentale ci si lecca le ferite per quello che è stato forse l’anno più nero nella storia della Borsa. In 12 mesi sono andati in fumo circa 4.100 miliardi di euro di capitalizzazione (-46,9% l’indice Dj Stoxx 600). Tra i listini peggiori del Vecchio Continente svettano Amsterdam (-52,8%) e Milano (-50%). Sul Mibtel, l’indice generale di Piazza Affari, si sono persi 353 miliardi di euro di capitalizzazione, al ritmo di quasi 1 miliardo al giorno. Male anche Parigi (-43,9%) e Francoforte (-41,4%) mentre il listino migliore è stato quello di Londra (-33%). Il panorama resta sconfortante se si allarga la visuale a quell’America epicentro della crisi (New York ha visto il Dow Jones scendere del 35,8% e il Nasdaq del 42,3%) e, soprattutto all’Asia. Tokyo, già cenerentola lo scorso anno, ha ceduto un altro 42,9%. E anche le tigri asiatiche, da Hong Kong (-48,5%) a Seul (-41,1%), da Taiwan (-48,1%) a Singapore (-48,6%) sono in ritirata. All’ombra del gigante cinese che ha dovuto assistere impotente al crollo dei listini di Shanghai (-64,8%) e Shenzen (-60,9%).
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