Lista società italiane coinvolte nello scandalo lehman!
Ci sono quasi tutte le maggiori società italiane, quotate e non, private ma soprattutto a capitale pubblico, e una rappresentanza istituzionale, tra regioni e ministero dell’Economia, tra le controparti che hanno stipulato contratti derivati con Lehman Brothers Holdings (Lbhi) e controllate, il gruppo finito in Chapter 11 nel settembre scorso. Per la prima volta Lbhi ha fornito un elenco diffuso e dettagliato dei suoi potenziali creditori, tra cui circa 70 italiani, su strumenti finanziari più complessi rispetto alle obbligazioni, che invece sono finite nella mani dei piccoli risparmiatori italiani. L’amministratore della società americana, Alvarez&Marsal, non ha indicato il valore nozionale dei contratti, tantomeno ha specificato se e quanto è dovuto alle controparti ma, per il momento, si limita a informare i propri interlocutori che quello è l’elenco dei crediti di terzi riconosciuti nello stato patrimoniale del gruppo.
I derivati in questione sono stati stipulati con una società controllata da Lbhi, la Lehman Brothers Special Financing, che secondo le prime stime di A&M ha posizioni debitorie su quei contratti per circa 12 miliardi di dollari (su 16 miliardi complessivi di tutto il gruppo). Ci sono molti nomi illustri di società italiane sinora rimaste nell’ombra. Tra i grandi gruppi a capitale pubblico ci sono tutti i maggiori: Eni, Enel, Terna, Poste Italiane, ma anche Finmeccanica e Rai. Queste ultime due, per la verità, erano già uscite allo scoperto nel gennaio scorso, quando avevano fatto richiesta di registrazione dei crediti: la prima per 479 mila dollari, la seconda per 526 mila. Ampia anche la rappresentanza dei gruppi privati o privatizzati: Telecom Italia e nomi emersi solo ora come Seat Pagine Gialle, Wind, Mediaset, Italmobiliare, Barilla, Ferrero, Candy, De Longhi. Tra le banche spuntano per la prima volta i nomi di Mediobanca, Mps, Bnl insieme ai già noti Intesa Sanpaolo e Italease. Vasta è la rappresentanza delle banche popolari (tra cui Banco Popolare) e del credito cooperativo, tra cui l’Iccrea, e poi Meliorbanca, Fineco, Interbanca e poi Generali e Fondiaria. C’è persino il Fondo pensione per il personale della Banca di Roma. E ancora, ex municipalizzate come la società bolognese Hera e la concessionaria dei giochi Sisal. Nella lunga lista figurano anche due contratti derivati intestati al ministero per l’Economia e uno intestato alla Cassa depositi e prestiti. E ancora: risultano contratti a nome della Regione Marche, Regione Lazio e Regione Sicilia seppure quest’ultima sia iscritta sotto la voce “United States” invece che “Italy”. Per quanto riguarda le Regioni, era nota l’esposizione delle prime due: si era parlato di contratti in the money per circa due milioni di euro. La posizione del ministero dell’Economia è più complessa: all’indomani del default di Lehman, fonti del ministero avevano precisato che in essere con il gruppo c’erano contratti di swap del valore nozionale di 35 miliardi di euro, ma che la valutazione del contratto al 15 settembre faceva emergere una posizione debitoria del ministero per 2 miliardi. Da quanto emerso in quei giorni, però, sembrava che la gran parte della posizione del dicastero fosse verso le società londinesi del gruppo, che ricadono oggi sotto un’altra procedura fallimentare. La posizione verso il gruppo Usa, dunque, potrebbe invece essere creditoria, ma allo stato attuale questo non viene specificato, tantomeno è noto l’ammontare del credito, che potrebbe anche essere contenuto. Entro metà agosto A&M dovrebbe fornire una valutazione precisa dell’ammontare dei debiti che ha verso le controparti sui contratti derivati: per ora le stime sono di 16 miliardi di dollari da pagare contro circa 21 miliardi da ricevere, in particolare da interlocutori come Jp Morgan.

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