I dati Istat di contabilità nazionale sul periodo luglio-settembre, nel dettaglio delle loro componenti, segnalano un rallentamento della ripresa dell’. La crescita congiunturale del Pil perde slancio, mentre si stabilizza la dinamica tendenziale annua, che conferma la svolta ciclica in atto. Ma preoccupa la brusca e improvvisa frenata degli investimenti. I conti economici trimestrali Istat per il 2006. Anche Eurolandia si presenta in moderato rallentamento, come si registra nella stima di Eurostat, che indica una crescita dello 0,5% trimestrale e del 2,7% annuo nello stesso periodo.

Istat, i conti economici nazionali 2001-2005

L’, come anticipato dai dati preliminari, ha mostrato un significativo rallentamento del Pil nel terzo trimestre 2006, dopo il sensibile recupero (+0,8% e +0,6% congiunturale, già rivisti al rialzo) nella prima metà di quest’anno, in un contesto di moderata ripresa della , che sconta peraltro il freno della perdita di competitività e della domanda interna per consumi che continua a essere debole. E’ quanto mettono in evidenza i più recenti dati congiunturali, a cominciare dai conti economici trimestrali del Pil per il 2006, resi noti dall’Istat il 7 dicembre nel dettaglio delle loro componenti. I valori destagionalizzati e corretti con il numero di giorni lavorativi indicano una crescita del Pil pari a +0,3% sul periodo precedente, che si conferma a +1,7% in termini annui; il dato tendenziale dei primi tre quarti del 2006 segna così un sostanziale progresso rispetto alla pressoché impercettibile dinamica dei singoli trimestri del 2005. I primi nove mesi di quest’anno si sono delineati, nel loro complesso, un periodo favorevole per la nostra economia, che sembra avere finalmente imboccato la strada della ripresa. L’attività produttiva è, infatti, uscita dalla lunga stagnazione che l’ha caratterizzata per ben un quinquennio, mostrando chiari spunti di risveglio. L’effetto di trascinamento dei primi tre trimestri sull’intero 2006 è, inoltre, rilevante ed è pari a +1,7%; esso rappresenta, in altre parole, la variazione che si otterrebbe nella media dell’anno se il livello del Pil restasse fermo nel quarto trimestre. Nei primi tre quarti del 2006 si registra, in particolare, un contributo pressoché neutro del commercio estero (esportazioni nette), che diventa però negativo nel terzo trimestre, e la conferma del recupero della domanda interna, nonostante la brusca frenata degli investimenti; nello stesso tempo, si verifica un ritorno all’accumulo di scorte, che potrebbe influenzare sfavorevolmente l’andamento della (e del Pil) nell’ultima parte dell’anno. Questa evoluzione dovrebbe portare a un aumento del Pil intorno all’1,7% (1,8% corretto per i giorni lavorativi) nella media del 2006.

Con la crescita zero del 2005, così come nel 2003 e a fronte dell’1,1% nel 2004, l’ ha fatto segnare il peggior risultato dal 1993 (-0,9%) e si è confermata il fanalino di coda dell’area euro, dove il Pil è invece aumentato dell’1,3% nel suo complesso. Se si tiene conto dei giorni lavorativi in meno (quattro) rispetto a un anno prima, la variazione è pari a +0,1%, ma resta pur sempre impercettibile. E’ quanto hanno messo in evidenza i conti economici nazionali 2001-2005, resi noti dall’Istat il 1° marzo, nella periodica revisione generale realizzata secondo le regole dell’Unione europea, che ha visto il passaggio al nuovo sistema dei conti Sec 2000. La stima monetaria del Pil, in particolare, è stata rivalutata del 2,5-2,8% nel quinquennio, grazie al miglioramento dei metodi e delle fonti statistiche utilizzate; i servizi di intermediazione indirettamente misurati (Sifim) sono stati, a loro volta, allocati nei settori utilizzatori finali, innalzando il livello dei consumi privati e pubblici, così come delle esportazioni e importazioni. Il ritocco in aumento del calcolo del Pil ha, inoltre, lievemente ridimensionato l’incidenza dei principali aggregati del pubblico (spese, pressione fiscale, debito), rendendo un po’ meno pesanti i relativi parametri, a cominciare dal rapporto debito/Pil. Ma la tendenza al deterioramento degli ultimi anni non cambia, trattandosi di un recupero solo apparente.

Nello scenario di una buona tenuta della ripresa nell’economia internazionale, trainata dai paesi emergenti dell’Asia (Cina e India in testa), a cui si è di recente aggiunto il Giappone, ma con un minore contributo degli Stati Uniti, Eurolandia registra a sua volta qualche perdita di colpi: il Pil, nel terzo trimestre 2006, ha un po’ rallentato la velocità di espansione, mettendo a segno lo 0,5% in termini congiunturali e il 2,7% in quelli tendenziali (+1,0% e +2,8% rispettivamente nel secondo trimestre). L’aumento medio annuo previsto per il 2006 è, inoltre, pari al 2,6-2,7% nel complesso dell’eurozona. Considerando, in particolare, i maggiori paesi, il quadro non è, tuttavia, privo di ombre: permangono i dubbi, infatti, sullo stato di salute italiano e francese; l’economia tedesca manifesta diffusi spunti di ripresa, anche se con una situazione in chiaroscuro, mentre le economie spagnola e britannica (quest’ultima fuori dall’eurozona) si presentano ben impostate. Il cambio più forte, per contro, da un lato può rallentare la dinamica dei prezzi in Europa, ma dall’altro crea problemi alla competitività delle imprese, frenando la crescita delle esportazioni.

La difficile evoluzione congiunturale della nostra economia è confermata dal risultato a consuntivo del 2005, che sconta l’effetto frenante nella prima parte dell’apprezzamento dell’euro sulla domanda estera, le continue impennate del e la sempre diffusa incertezza nella fiducia (e nei comportamenti di spesa) delle famiglie e delle imprese sul fronte interno. Nei dati complessivi dell’anno, la è stata caratterizzata da una perdurante fase di ristagno; e il suo andamento tendenzialmente stazionario trova riscontro nella mancata svolta ciclica favorevole, che ha interessato la maggioranza dei comparti manifatturieri. Segnali di difficoltà, sia pure episodici e intermittenti, sono arrivati inoltre dai settori dei servizi. Nei primi tre quarti del 2006, la domanda mondiale sempre vivace e il graduale rafforzamento di quella interna (investimenti) sono tornate a dare un certo vigore alla dinamica del Pil, bilanciando così l’influenza negativa del tasso di cambio. Prospettive più favorevoli per la congiuntura italiana sono delineate, infine, dagli indicatori anticipatori dell’attività economica - come quelli elaborati dall’Isae e dalla Banca d’Italia - che mostrano un profilo ciclico orientato a una moderata ripresa, dopo aver fatto segnare un significativo rialzo già nell’ultima parte del 2005; a fine estate-inizio autunno 2006 la situazione sembra, poi, stabilizzarsi.

Il quadriennio 2002-2005 si è svolto, in particolare, per l’ nel segno della più completa stagnazione: la crescita del Pil è stata di appena lo 0,3% medio annuo e per trovare un valore più basso occorre tornare a dieci anni prima (1993). Una performance così mediocre ha collocato il nostro paese nelle posizioni di coda nell’area dell’euro, cresciuta in media dell’1,3% nello stesso periodo (+0,9% nel 2002, +0,8% nel 2003, +2,0% nel 2004 e +1,3% nel 2005); solo la Germania (+0,5%) ha fatto meglio di poco dell’Italia. La fase di ristagno è da ricondurre a una serie di fattori negativi, dalla persistente debolezza della domanda interna alle difficoltà delle esportazioni per il rafforzamento del cambio e la di competitività nei grandi mercati di sbocco. Nonostante il miglioramento rispetto agli ultimi anni, l’Italia continua ad avere performance non certo brillanti nei confronti dei principali partner europei. Il divario di crescita con il resto di Eurolandia rimane ampio anche nel 2006 e si conferma intorno al punto percentuale (che non è poco). Sull’onda della sensibile frenata della congiuntura internazionale, l’ - com’era, del resto, nelle attese - aveva fatto segnare già nel 2001 un netto rallentamento del suo ritmo di sviluppo. Dopo il buon risultato del , il Pil non aveva infatti registrato ulteriori aumenti nei successivi periodi, andando così a chiudere l’anno su un incremento medio dell’1,8% (dal 3,6% messo a segno nel 2000), ma solo grazie al trascinamento dell’ultimo quarto del 2000 e del trimestre iniziale del 2001. La battuta d’arresto è stata, soprattutto, l’effetto dello sfavorevole andamento dell’industria manifatturiera, mentre i servizi e le costruzioni hanno messo in evidenza una sostanziale tenuta, anche se con una dinamica in progressiva frenata.

Dal lato della domanda interna, la perdita di colpi della crescita ha risentito del ristagno dei consumi privati e della caduta degli investimenti. Per quanto concerne la spesa delle famiglie, hanno influito sia l’erosione del potere d’acquisto, indotta dal risveglio dell’ nella prima metà del 2001 e successivamente dall’effetto changeover dell’euro, sia le negative conseguenze del crollo della fiducia. Sulla frenata degli investimenti si è fatto sentire, invece, l’effetto altalenante della recente legge di incentivazione fiscale ( bis), insieme all’incertezza sulle prospettive della domanda nel contesto di un rallentamento della congiuntura interazionale. Se la domanda estera netta ha fornito nel 2002-2003 e nel 2005 un contributo negativo alla crescita, anche su quella interna i problemi non sono, dunque, mancati: la compressione del reddito disponibile delle famiglie, con un potere d’acquisto in crescita zero tra moderazione salariale, sempre significativa ed elevata pressione fiscale, ha determinato un’evoluzione dei consumi privati che è proceduta con il freno tirato, rendendo così ancora deboli i sintomi di ripresa dell’economia. Questa crescita dal passo lento e incerto ha portato a un consuntivo di aumento del Pil per il periodo 2001-2005 pari ad appena lo 0,6% in media.

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