«Meglio le azioni dei bond» è l’opinione comune diffusa in questa fine d’anno. Di rado le Borse hanno goduto di un consenso favorevole così generalizzato. Ma il messaggio può fuorviare i risparmiatori.
Si considerino gli 11 milioni di italiani sottoscrittori di fondi comuni. Il 55% dei loro beni è investito in strumenti obbligazionari e di liquidità , che quest’anno hanno ottenuto risultati quasi sempre inferiori all’inflazione o addirittura negativi in termini nominali.
Se si aggiunge alla naturale delusione per i ritorni derivati la tendenza suggerita da numerosi strategist all’investimento in capitale di rischio rispetto a quello di debito, alcuni risparmiatori potrebbero essere indotti a lasciar perdere gli impieghi obbligazionari a favore di quelli azionari o bilanciati.
Ma questa strategia sarebbe inopportuna e fonte di delusioni future senza una propensione al rischio elevata. E molte famiglie italiane non sono ancora pronte per affrontare con sufficiente serenità l’investimento di una parte importante della ricchezza nelle Borse. Il monito del 2000/2003 e lo scoppio della bolla della new economy dovrebbe esser servito. L’approccio più valido all’investimento azionario, per chi l’ha praticato poco e male in passato, dovrebbe essere quello dell’accumulazione graduale, accompagnato dall’aumento della consapevolezza finanziaria, al fine di costruire razionalmente il portafoglio e di giungere preparati agli inevitabili cambiamenti di trend dei mercati.
È vero, il 2007 si prospetta favorevole, ma l’investimento borsistico conserva i propri attributi di rischiosità . Le minacce annunciate a inizio 2006 - dall’inflazione alle tensioni geopolitiche, dal rincaro del petrolio alle possibili crisi sistemiche indotte dal default di hedge fund – per fortuna non si sono realizzate, ma sono ancora attuali.
A ciò si aggiunge il rischio di complacency, cioè di una sottovalutazione diffusa dell’eventualità che i mercati facciano marcia indietro. Condizione descritta dal livello storicamente molto basso dell’indicatore Vix, che sintetizza la volatilità implicita di un paniere di opzioni quotate a Chicago. È un indicatore della paura, ma quando dà una valutazione troppo tranquillizzante il messaggio che ne consegue può essere esattamente quello opposto.
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